WPP a modo mio di Anna Mola

Sono felice di ospitare Anna Mola sul mio blog, Anna cura le mie esposizioni, parte della comunicazione, è una grande appassionata di arte e ovviamente di fotografia. Considero Anna come un’esperta molto qualificata, e vi consiglio di dare uno sguardo al suo blog about a photo per scoprire tutte le iniziative interessanti di Anna nel campo della fotografia, il corso di storia della fotografia per esempio, ottimo esempio di quello che è in grado di fare. Non voglio dilungarmi troppo, per cui vi lascio nelle sue mani o meglio tra le sue parole.

È la prima volta che vengo ospitata sul blog di qualcuno e ne approfitto, dato che Paolo è anche un reporter, per parlare della “questione WPP”.

Come saprete tutti, il World Press Photo (uno dei premi fotogiornalistici più importanti al mondo) è stato ricevuto dal fotografo svedese Paul Hansen, con la foto in apertura.

Si è parlato moltissimo di questa immagine, della sua durezza, della post-produzione, del fatto che vengano sempre premiate foto di guerra e di quant’altro.

Discutevo con le persone che stanno seguendo il mio corso e, riguardando i reportage di Walker Evans, Eugene Smith e Paul Strand (per citarne solo tre) non posso fare a meno di notare importanti differenze.

Molti fotografi prestigiosi e pluripremiati – e rispettivi imitatori – per me sono “turisti dell’atrocità”. Vanno in un posto sconvolto da: conflitti, fame, catastrofi naturali o altro, scortati in ogni passo, scattano le immagini d’obbligo e ripartono. Tutto veloce, asettico, la lente usata come scudo più che come apertura. Non sto parlando di “teatralità del dolore”, argomento vecchio e abusato. Il dolore può essere reso anche lirico, diventare metafora di condizioni umane. Ma io, in queste immagini di reportage contemporaneo, ci vedo proprio un’incapacità di penetrare e comprendere la situazione a fondo, scartando a priori ogni immagine che racconti realmente una storia: l’organizzazione della vita, o meglio, sopravvivenza, in un Paese in cui è in corso una guerra, la quotidianità di chi ha perso tutto in uno tsunami e deve pian piano ricominciare da poco. Scatti insomma di vita, relazioni umane, anche di ingiustizie, ma non sempre di sangue, armi, distruzione. Certo la risposta potrebbe essere che “il pubblico vuole quel tipo di immagini”, ma il compito di un fotoreporter si esaurisce nell’accontentare i gusti/le mode di qualcuno? Senza, per altro, sviluppare uno stile personale (è davvero difficile riconoscere un fotografo da un altro). Ci sarebbe poi da interrogarsi sul perchè della presenza così “instancabile” del concetto di morte nell’arte contemporanea in generale, ma sarebbe un discorso molto ampio…

Concludo con una frase di Uliano Lucas: “Si può fare reportage senza uscire dalla propria stanza”. Basta non smettere di farsi domande.

 

Anna Mola