Perpignan, nostalgia per il passato….

Molti di quei colleghi che sono stati quest’anno a Perpignan sono tornati perplessi, per non dire sconfortati. Perchè l’appuntamento che da più di vent’anni detta (-va) i canoni del fotogiornalismo non riesce più ad entusiasmare e neppure ad incuriosire i suoi adepti?

Sono stato a Perpignan tre volte, pur lavorando come fotogiornalista da circa vent’anni. Ho sempre avuto una singolare ritrosia nei confronti di questo festival, nonostante ciò gli riconosco di essere stato una Stella Polare che ha saputo entusiasmare, proporre, lanciare e istituzionalizzare celebrità del firmamento mondiale del fotogiornalismo.

Una ritrosia la mia, dovuta alla sensazione che nel dna di questo festival ci fosse una dose massiccia di autoreferenzialità che lo rendeva impermeabile a modi di vedere “diversi”. Questi modi diversi di vedere che invece hanno sempre trovato albergo ad Arlès (che guarda caso è letteralmente esploso nelle ultime sue edizioni, bellissima quella dei suoi 40 anni nel 2009).

Perpignan, il Visà, i reporter francesi, Msf, Paris Match, nel corso degli anni questo appuntamento ha fatto sognare molti dei miei colleghi direttamente o per interposta persona. Chi non c’era stato si informava sulle discussioni del dopo festival interrogando i colleghi che raccontavano quali fotografi, quali agenzie, quali giornali in quell’edizione avessero guadagnato la scena principale.

Ricordo tutto questo con una certa nostalgia perchè in verità a molte edizioni di Perpignan io non ho partecipato. Per scelta. Una sensazione melanconica nel constatare che les italiens, la maggioranza dei fotografi di queste ultime edizioni, sono arrivati tardi, sono arrivati quando la festa era già finita.
Oggi Perpignan ha perso il carattere propulsivo delle sue proposte editoriali. Non si presentano più nuove agenzie come VII o Noor che proprio in Francia hanno fatto la loro entrata in società.

L’unica novità di spicco sembra essere l’acquisizione di un nuovo sponsor abbastanza vistoso, Getty Images, che sembra dettare i ritmi e le liturgie del Visà. Sorpende, per esempio, in terra di Francia vedere annoverata tra i partner istituzionali l’ambasciata degli Stati Uniti. Guardando quei sorrisi di tanti colleghi, ascoltando frammenti di frasi coperti dal rumore dei bicchieri e delle risate al Cafe de la Poste si percepiva un’atmosfera da fine regno, quello di J.F. Leroy, direttore immarcescibile del festival sin dalla sua prima edizione. Forse ventuno anni sono tanti e si sentono anche per il Re.

Il problema del Visà  è proprio nella sua direzione e non nei suoi sponsor. Un festival che da quando è nato nel 1989 non si è mai rinnovato, anche per la mancanza di veri concorrenti, ad esempio. Visa pour l’Image si è dolcemente addormentato sulle sue posizioni di monopolio non accorgendosi che nel frattempo il mondo cambiava. Lo sguardo cambiava. Ed allora vai con la tristezza delle mostre sempre uguali, stessi temi, stessi luoghi espositivi, addirittura stesse cornici.

Ho letto l’editoriale di Leroy che autogiustificandosi o autocelebrandosi nel resistere ai tempi dell’overdose di immagini ci propina la sua lezione sul “prendiamo tempo per riflettere, diamo tempo ai nostri occhi e alla nostra mente di metabolizzare una storia”. Peccato che “la storia” latita dal festival, nelle sue mostre come nelle sue proiezioni serali: una lunga e sonnolenta litania di banalità tematiche ed estetiche. Ma se la qualità latita, cosa dovremmo metabolizzare?

Seguendo l’istinto di chi vuol proteggere a tutti costi la passione che è insita in questo lavoro, scivoliamo via leggeri davanti alla cascata di immagini-replicanti che dall’Afghanistan all’Africa, passando per gli immancabili poliziotti o soldati americani, ci cuciono addosso un vestito di ansia del già visto, già dato, già sentito…

Uniche scintille di questa edizione: Eugene Richards con il suo “War is Personal” (già esposto l’anno scorso) e Jerome Sessini con il suo notevole lavoro sui Narcos messicani. Ho trovato un pò troppo enciclopedico e troppo poco commovente “Consequences” il progetto di Noor. Tra le mostre ho apprezzato “In god we trust” di Munem Wasif e, nella sua onestà intellettuale, anche quella di Stephanie Sinclair sulla poligamia in America, vincitrice del Visa d’Or Magazine.

Unica vera novità, mostrata grazie al premio Canon for Female, il meraviglioso lavoro della Bacigalupo su Francine, giovane donna del Burundi vittima di violenze domestiche. Martina Bacigalupo, decisamente un’altro modo di vedere. Uno sguardo, il suo, che si è affermato nel corso degli anni lontano da Perpignan e che infatti non riesce a trovare un posto tra questi cowboy dell’immagine.

Forse l’idea di appaltare ogni anno ad un curatore diverso la direzione del festival potrebbe dare una scossa? Si finisce con i premi, che nel corso degli anni si sono moltiplicati in modo quasi speculare alla scomparsa delle agenzie e all’inaridirsi dei contenuti di giornali che assomigliano sempre di più a dei cataloghi pubblicitari e che furono gli antichi referenti dei fotografi. Cosa è diventato Perpignan? Un grande baraccone nostalgico, un circo triste che cerca di nascondere gli strappi della sua tenda ormai lisa dal tempo. Dove fotografi giovani e meno giovani, con aria poco convinta, recitano ancora la parte dei clown tristi, sfoderando portfolii e sorrisi ammalianti in una pantomima patetica del salone professionale, ben sapendo che il loro giocattolo s’è rotto per sempre.

Questo festival è malato in modo grave; senza catastrofismi, lucidamente, credo rappresenti l’istantanea di un mondo che sta cambiando pelle senza esser sicuro di quali sembianze e caratteristiche assumerà. E come per una vecchia foto ingiallita, la si dovrebbe fissare di nuovo prima che sparisca definitivamente.

Stefano De Luigi